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mosaico
progettuale
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a cura di Erica Kusterle La montagna è da sempre simbolo del sacro. Essa si staglia incorrotta e possente sopra ai commerci umani, cattedrale naturale, forma archetipica della trascendenza. Percorrerla non è mai possederla per intero. La cava è, al contrario, il luogo dell’utilitas, dell’estrazione della pietra finalizzata alla costruzione della civitas. Montagna e cava sono i poli di un conflitto metafisico, una declinazione del rapporto fra uomo e natura che oggi si pone come problema ambientale. Le cave che vediamo erodere e modificare i profili delle montagne, quelle additate come scempi non sono che i casi più evidenti… senza timore di esagerare, si può affermare che viviamo in mezzo alle cave, e ai loro frutti. La storia è ricca di esempi di cave di estrazione che hanno scavato il paesaggio di origine, riscrivendone i tratti fino a conferirgli sembianze completamente nuove: le latomie (dal greco latomíai composto da lâs, pietra, e tomíai da témnein, tagliare) di Siracusa, passate da luogo di estrazione di roccia calcarea (dal V° sec. a.C.) a luogo di detenzione per i soldati ateniesi (413-415 a.C.), oggi attrazione turistica. Gli incantevoli laghetti che un tempo erano cave di torba, come ad esempio quelle di Agrate Conturbia in proincia di Novara. L’Isola di Favignana, il cui tufo è stato estratto per secoli in gallerie regolari, in conci perfettamente squadrati, oppure Parigi, Ville Lumière costruita su se stessa grazie alla "pierre de Paris" e la "pierre de taille" ricavata dai suoi tenebrosi sotterranei… La montagna, propriamente, non si scava: si coltiva. La scelta del verbo, in uso fra i cavatori, non è casuale, ed è significativo che per connotare la propria essi scelgano di avvicinarsi ad un’attività altrettanto umile e antica, che implica l’esercizio di una responsabilità. Estrarre al meglio la pietra significa saper seguire le rotture della montagna senza crearne altre. Tutto qui. L’opinione dell’uomo di strada, che considera il cavatore un bieco sfruttatore di risorse naturali, non può che vacillare trasformandosi in curiosità e rispetto, non appena ha modo di avvicinare la realtà dei fatti. La storia, dal punto di vista di chi lavora in cava, si traduce in una storia del progresso tecnico: la natura non cambia, cambiano i metodi di escavazione. Ad esempio i fori praticati nella pietra per inserirvi l’esplosivo nel 1935 avanzavano di un metro al giorno. Oggi guadagnano 3,6 metri in appena 56 secondi. Il risultato spesso è, però, che l’assenza di fatica non spinge più a cercare le linee di spacco naturale della roccia, e si buca dove capita, magari seguendo cartesianamente i piani delle Amministrazioni. Anche l’esplosivo è andato potenziandosi sempre più, e in parte proprio per far fronte alla maggiore resistenza offerta dalla pietra presa per il “verso sbagliato”. La velocità di escavazione non è necessariamente un indice di qualità dell’escavazione. Una cava è un luogo di lavoro, per comprenderne il significato non si può prescindere dalle condizioni dell’attività umana che vi si svolge: fatica, dedizione, continuità, pericolo, rispetto. Mitigare una cava, come previsto dai piani di coltivazione odierni, significa realizzare opere di rinaturalizzazione, spesso grazie all’ingegneria naturalistica, per ridurre l’impatto dell’attività estrattiva sull’ambiente e recuperare il paesaggio. Senza voler mettere in discussione i progressi generati dalla coscienza ambientalista degli ultimi decenni, sempre proiettata con apprensione verso il futuro, si provi a riflettere sul passato appena richiamato di questi luoghi particolari che sono le cave. Esse sono il frutto di una trasformazione del paesaggio ad opera del lavoro umano. Una trasformazione che, nel tempo, ha contribuito a definire l’identità di paesi altrimenti destinati a vivere nell’ombra di grandi città. Tentare di occultare una cava colmandola di terra (magari di cantiere, con una composizione differente) e piantandovi alberi (magari alloctoni) per nascondere l’attività che vi è stata svolta per generazioni, anziché restituire il paesaggio alla comunità può disperdere il senso che esso ancora conservava, rendendolo insignificante. L’introduzione di elementi esogeni ostacola la comprensione di quello che è accaduto.Inoltre, anche le ricostruzioni sono dispersioni di energie: si pensi ai mezzi di trasporto, alle migliaia di metri cubi di terra da spostare, alle condizioni di lavoro impervie… La cava non è una vergogna da nascondere ma un ambiente nel quale cercare un portato positivo. Magari proprio grazie ad una declinazione del verbo coltivare: la cultura. La cultura dei paesaggi di origine, il loro studio e approfondimento, la cultura applicata nei luoghi di cava o da essi stessi generata. Ad esempio il parco storico di Boboli è sorto sull’invaso di una cava di pietraforte sfruttata fin dal medioevo, e sistemata a giardino nel Sedicesimo secolo. Oggi le cave diventano anfiteatri naturali (vedere ad esempio l’attività del soprano Maddalena Calderoni per il festival Tones on the Stones), o paesaggi surreali come le grotte, i pozzi di luce, le discese a mare delle cave utilizzate per costruire Tunisi. La montagna, intesa come tensione al vero significato, va ritrovata con uno sforzo di intelligenza.
DOVE: Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori Provincia di Milano Sala conferenze di Via Solferino 19 - Milano MM Linea 2 - Moscova - Segui le istruzioni per arrivarci!(clicca qui) COME: ingresso libero (Il cancello principale chiude alle ore 19.00) QUANDO: 7 maggio 2009 - ore 18.00 CHI: Il presidente di Mosaico Progettuale Valerio Cozzi modera la conversazione tra e con: Renato Bonomi e Giulio Carlo Crespi COSA: Una conversazione sul tema della cava come luogo di lavoro ed esperienza progettuale Aperitivo della conversazione sarà la presentazione dell'Associazione Mosaico Progettuale e al termine degli eventi in calendario. LOCANDINA: In conclusione ricco buffet!
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